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venerdì 11 agosto 2017

Il proprio della Messa nella decima Domenica dopo Pentecoste




Il presente post riporta le parti variabili della liturgia eucaristica nel rito romano medioevale (riprese poi nella cosiddetta "Messa di san Pio V" in epoca tridentina) in un video con i sottotitoli in latino e traduzione italiana.

Le presenti parti, tratte dall'Antico Testamento (testi salmodici), rientrano nel cosiddetto tempo ordinario (dopo Pentecoste). Il canto, piuttosto ornato, risale probabilmente verso l'XI secolo e si appoggia sui toni gregoriani. 

I toni gregoriani a loro volta si costruiscono tutti sulla scala del cosiddetto "clavicembalo ben temperato" che è molto vicina alla scala naturale diatonica su cui si costruiscono solo i seguenti toni bizantini: I, IV, I plagale e IV plagale.
Sono cose tecniche ma non difficili e avremo modo di spiegarle in qualche prossimo post.

Il terzo tono gregoriano dell'introito è affettivo ma composto, interiore. 
Il primo tono del graduale è tipicamente monastico, molto ascetico e profondo. Non ha colori brillanti e se dovessi paragonarlo all'arte pittorica lo accosterei volentieri alle ticografie di Manuil Panselinos nel Protaton del Monte Athos (XI sec.), vedi qui
Il settimo tono dell'alleluia è brillante ma mai mondano e rimane nei limiti di una pacata sobrietà.
Il secondo tono dell'offertorio è nostalgico.
Qualcosa del primo e del terzo tono contraddistingue, invece, il quarto.

Questo genere di canto, come a maggior ragione il canto bizantino, è repellente per chi non è abituato ad entrare in se stesso. Infatti il canto sacro tocca l'interiorità umana e da essa proviene; ha questa funzione perché l'epicentro del Cristianesimo non è fuori dell'uomo ma nel suo stesso cuore, porta del Paradiso.
È dunque logico che il canto veramente ecclesiastico debba condurre nel cuore umano e non fuori di esso per toccare altri centri come la sua sensualità (questa è la funzione del canto profano nel quale a volte cadono certi canti religiosi che oramai non hanno più nulla di sacro).

La musica ha una funzione speciale: quando cantiamo una nota davanti ad un liuto sentiamo risuonare una sua corda senza averla toccata. Così succede quando sentiamo questo tipo di canto: risuona qualcosa dentro di noi e, nella misura in cui conviviamo con la nostra interiorità, ne accettiamo la risonanza o la respingiamo.

Sorge spontanea una domanda retorica: che provenga da una radicata superficialità spirituale l'attuale decadenza del canto gregoriano in Occidente? Personalmente ne sono convinto.

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